Questo è un blog dedicato alle emozioni, all'emozione che dà riuscirle a raccontare e ai momenti della vita (attimi, episodi, capitoli?) che sanno suscitare, belle o brutte che siano, emozioni indimenticabili.

Di mestiere faccio il consulente di gestione aziendale, organizzazione, auditing, marketing, controllo di gestione e comunicazione.
Altre però sono le mie grandi passioni: scrivere (racconti brevi, racconti per bambini, romanzi, insomma, qualunque cosa mi chieda di essere raccontata) e andare per mare (esclusivamente a vela) anche se in questo campo ho molto meno esperienza di quella che vorrei avere.
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Se non avete mai avuto la necessità di indossare una maschera allora siete fortunati oppure bugiardi.
Più la seconda credo. A volte può anche essere divertente vestire i panni di qualcuno che non sei oppure può servire non dire la verità di fronte a domande stronze.
Ma chi si nasconde realmente dietro le maschere che incontriamo ogni giorno, le persone che incontriamo, con cui parliamo, sono veramente quelle che vediamo o dietro la maschera vivono emozioni diverse da quelle che ci sono date da sentire.

Pubblico oggi uno dei miei primi racconti brevi, quello con cui ho iniziato a esplorare il mondo del giallo o, meglio ancora, ho cominciato a interessarmi di storie "torbide" per provare a cogliere quei sentimenti che galleggiano negli angoli più bui dell'anima: anche questa è pur sempre "dimensione umana".

I gatti della maestra
Un dito ad allargare appena una fessura tra le strisce della veneziana. Uno squarcio, un sottilissimo varco, ma sufficiente a fare entrare un pezzetto di mondo nella stanza affondata nella semioscurità. Una lama di sole si impadronì della breccia a illuminare il pavimento di legno asciugato dal tempo dove chiara apparve l’impronta del suo piede sinistro nudo. Impronte di piedi nudi, tracce indistinte del passato illuminate ogni tanto dai fari del caso su palcoscenici improvvisati. Migliaia di piccole particelle di polvere seguivano i passi di una danza incomprensibile. Eccitate.
Un colpo. Una porta si chiuse dall’altra parte del fiume di asfalto. La scena di un film già visto centinaia di volte. Il vecchio signor Carli uscì di casa. Il signor Carli era una di quelle persone che nascono già vecchie, probabilmente già vedovo prima di diventarlo, e che aveva perso il suo futuro tra i bottoni, le chiusure automatiche e le giarrettiere della sua merceria. Solo il passato gli era rimasto. E brandelli di presente. Era fermo davanti alla porta, la schiena alla strada. Mise una mano in tasca. Ne trasse un piccolo portamonete che usava anche per custodire la chiave di casa. La prese, la infilò nella toppa e chiuse con tre giri, quelli consentiti dalla serratura. Sfilò la chiave e la ripose con attenzione al suo posto. Fece scivolare il portamonete nuovamente nella tasca. Con la mano destra afferrò la maniglia e diede due violenti strattoni. Rassicurato, abbottonò la giacca, prese il bastone che fino a quel momento era rimasto agganciato al braccio sinistro e si girò verso la strada. Percorse i pochi passi che lo dividevano dal marciapiede e lì si fermò. Guardò a destra e poi a sinistra, giù verso il porto. Due bambini gli passarono davanti sghignazzando per qualcosa che loro soltanto conoscevano. I loro passi erano ritmati dai rimbalzi ossessivi del pallone con cui uno dei due giocherellava. Il vecchio signor Carli li lasciò passare e poi si avviò verso destra. Incrociò la signora Benelli, si fermò e la salutò, accennando un inchino, toccandosi appena il cappello con la mano sinistra. La signora Benelli rispose bofonchiando al saluto, schiacciata dal peso delle sporte che le occupavano le mani e dall’afa. Il signor Carli percorse quasi tutta la fessura nella veneziana ed entrò nel negozio di alimentari del signor Modesto.
La signora Benelli intanto si era fermata dall’altra parte della fessura, nella povera ombra che il glicine della maestra Nencini proiettava sul marciapiede. Posò le sporte a terra. Il calore di quella giornata di agosto stava sciogliendo il grasso che da sempre si portava addosso. Rivoli di sudore stavano tracimando dai capelli tinti di rosso. Prese un fazzoletto di carta dalla borsetta e si asciugò il volto. Prese un altro fazzoletto. Guardò verso il porto e poi dall’altra parte. Si asciugò le ascelle e la profonda spaccatura tra i seni. Guardò nuovamente verso il porto e poi dall’altra parte. Gettò i fazzoletti ai piedi del glicine, prese le sporte da terra ed uscì dall’orizzonte della veneziana.
Una mosca ronzò nella stanza, protetta dalla penombra. Tolse il dito dalla fessura. La lama di luce, tagliata, si disperse nel nulla, la danza delle particelle di polvere cessò. Andò in cucina per prendere lo scacciamosche. Odiava le mosche. Pensò improvvisamente che i suoi piedi nudi, leggermente sudati, stavano lasciando impronte che mai sarebbero state illuminate. Sarebbero rimaste per sempre su quel pavimento. Fino alla fine dei giorni. Quantomeno fino a che la casa sarebbe stata distrutta. Invisibili agli occhi. “E al cuore?” pensò. Ma anche quel pensiero, così come era venuto, presto svaporò, via, verso chissà quale stella.
Non rimane nulla di noi. Rimangono solo le maschere che indossiamo, un giorno dopo l’altro. Appese a qualche muro.
La calura liquefaceva l’aria rendendola irrespirabile. Piccole gocce di sudore si rincorrevano sulla sua pelle verso il traguardo delle mutande che, fastidiosamente inzuppate, si infilavano tra le natiche. Le tolse.
Sotto i piedi sentì con piacere il fresco del pavimento di gres della cucina. Aprì il frigorifero. Prese il cartoccio di succo di frutta. Arancia. Bevve avidamente e lo ripose. Chiuse il frigo mentre una piccola goccia di succo scelse la libertà. Si staccò dalla sua bocca e lasciò sul pavimento l’impronta di sé e tante piccole immagini appese tutto intorno.
Tornò in soggiorno con lo scacciamosche e compì la sua opera. Un’altra impronta del passato sul pavimento.
Pensò quanto fosse curioso quel nome: avrebbe dovuto essere “schiacciamosche”. Non scacciamosche. Ma fu solo per un attimo. Il pensiero cadde a terra assieme allo scacciamosche e rotolò, perdendosi, in qualche angolo buio di quel presente già diventato passato.
Tornò il dito ad allargare appena una fessura tra le strisce della veneziana. Tornò la lama di sole a illuminare il pavimento e l’impronta del suo piede sinistro nudo. Tornò la danza delle piccole particelle di polvere.
Erano apparsi i primi gatti dall’altra parte della strada. Gironzolavano attorno al glicine, dissimulando con abilità lo scopo che li attirava da quella parte della città. Uno strofinò il fianco destro al pilastro che reggeva il glicine e la cancellata. Fece un giro su sé stesso. Strofinò il fianco sinistro e poi varcò quel confine passando tra le sbarre della cancellata. Semplicemente. Si fermò a leccarsi una zampa con fare indifferente. Probabilmente era il segnale convenuto. Decine di altri gatti apparvero nella strada e si diressero al cortile della maestra.
Una porta si aprì, cigolando. Probabilmente manifestando in quel modo la noia di quei gesti ripetuti. Decine di code dritte.
La maestra uscì, tenendo una pentola tra le mani. Tutto sapeva di vecchio, la pentola, le mani, la maestra. Malferma per l’artrosi e per i troppi ricordi che traboccavano dalla sua mente e si stratificavano sulle spalle, incurvandole.
Attraverso la fessura nella veneziana entravano nel suo soggiorno i miagolii e le fusa, la voce malsicura che ripeteva ossessivamente lo stesso richiamo, il rumore di piedi strascicati. Tutto uguale. Ogni giorno. E domani si replica. Si chiedeva se gli attori sanno quando è arrivato il giorno dell’ultimo spettacolo. Sicuramente lo sospettano.
Un dito allargò appena una fessura tra le strisce della veneziana. Fuori era buio e l’aria era fresca. Finalmente. Guardò oltre il glicine, dall’altra parte della strada. La finestra del suo soggiorno era buia, la veneziana abbassata. Si tirò indietro, mise il coltello nel sacchetto di nailon che aveva con sé. Si tolse il lungo impermeabile, trasparente e leggero, ricordo di una visita alle cascate del Niagara e cacciò anche quello nel sacchetto con il coltello e uscì.
Si affrettò ad attraversare il piccolo giardino mentre il suo sguardo perlustrava l’orizzonte e il terreno. Evitò, aggirandole, le ciotole dei gatti. I gatti.
In strada si tolse i guanti e li mise con il resto.
L’aria della sera era piacevole.
Entrò in casa. Si tolse le scarpe e le ripose dopo aver controllato che non fossero sporche di sangue. Con piacere sentì nuovamente il pavimento sotto i suoi piedi nudi.
Andò in cucina. Tolse il coltello dal sacchetto e lo posò nel lavandino. Appallottolò il sacchetto con l’impermeabile e i guanti e lo chiuse in un altro sacchetto. Appallottolò anche questo e lo mise accuratamente nel sacchetto dell’immondizia. Più tardi l’avrebbe gettato. Lavò con attenzione il coltello e lo ripose con le altre posate nel cassetto. Lavò con attenzione il lavandino. Due volte.
Andò in bagno, si spogliò e gettò i vestiti nel cesto della biancheria sporca. L’acqua fredda della doccia scivolava sulla sua pelle portandosi via il caldo e il sudore di quella giornata d’agosto. Fregò a lungo la sua pelle fino a farla arrossare. Non voleva che restassero tracce di quel recente passato. Per un attimo pensò allo sguardo stupito della maestra, quel rantolo leggero, prima di morire. Non urla e disperazione. Forse lo sapeva che il sipario stava per calare. E la sensazione strana, quando il coltello penetrò leggero tra le costole, senza trovare ostacolo alcuno. Quasi che la strada fosse già tracciata. L’ultimo sospiro. Come un palloncino che si sgonfia.
Un brivido improvviso interruppe il corso dei suoi pensieri. Aveva freddo ora. La sua pelle si accapponò inturgidendo il suo seno e i capezzoli. Spade puntate nel cielo.
Dal giorno successivo avrebbe portato lei il cibo ai gatti. Non aveva niente da fare. Almeno fino all’inizio della scuola.
Pink Floyd - The wall
La storia del genere umano non è stata scritta dagli eroi ma è un coacervo di gesti e momenti semplici, qualcuno direbbe banali, di immagini sbiadite, di fotogrammi che mai faranno parte del grande film.
Quante volte abbiamo incrociato durante la nostra vita la strada di qualcuno che, solo per un momento, un attimo appena, ha incrociato il nostro sguardo? Quante volte occhi sconosciuti hanno cercato di penetrare i nostri in cerca di un aiuto o anche soltanto comprensione e conforto? Quante volte ci siamo fermati e abbiamo guardato veramente gli altri? La nostra vita è costellata di questi episodi, piccoli frammenti – brandelli? - di altre vite, occhi che vagano nel vuoto in cerca di uno sguardo, di una mano che si solleva, di un cenno, di un abbraccio, un piccolo gesto di consolazione o simpatia (nell’accezione originale del termine, sentire insieme, condivisione, comprensione).
Fantasmi incrociano le nostre strade, a volte siamo fantasmi noi stessi, perduti in un gioco che sembra più grande di noi. E’ in questi momenti che l’uomo si sente schiacciato, soffocato e oppresso, e cerca rifugio in qualunque cosa che lo possa staccare dalla realtà, a qualcuno basta un momento, altri ricorrono a soluzioni definitive.
Se, quando incontriamo un fantasma, provassimo a spogliarci della nostra superficialità, del nostro egoismo, e tentassimo anche soltanto a comprendere chi ci sta di fronte, FORSE contribuiremmo ad aprire uno spiraglio nel muro che ci isola, magari sarebbe soltanto un mattone quello che toglieremmo ma potrebbe essere l’inizio di una nuova strada di speranza.
Is there anybody out there?
Vedo i confini del mio orizzonte ormai. Il tempo che scorre agisce sulle fibre della mia mente come l’acqua troppo calda sul cotone.
L’oscurità si impossessa di spazi e cose che prima mi erano familiari.
Cerco di oppormi aggrappandomi saldamente a tutto ciò che mi rimane. Per questo ho necessità di conoscere l’esatta fisionomia del noto.
Ho bisogno di ordine.
Ordine. Per non perdermi.
Ma tutto – tutti? – mi è ostile. L’oscurità avvolge ogni cosa, se ne impossessa e la trasforma in alleato. Contro di me.
Vorrei gridare aiuto ma questo mi si ritorcerebbe contro, sarei scoperto.
Zitto, acquattato nel mio io.
“AIUTO!” Va, mio grido silenzioso e raggiungi l’anima di chi mi ama.
Mi sentirà e correrà in mio soccorso. E finalmente riemergerò da questo mare di solitudine.
Perché gli amori – L’AMORE – non mi sostiene? Perché fa finta di non capire? Perché non mi aiuta a mettere in ordine?
Forse l’oscurità l’ha raggiunta?!
Zitto, non devo gridare.
Anche se questo vuoto che mi circonda mi terrorizza, non devo gridare.
Mi rifugio nei ricordi. Un caldo abbraccio a cui mi affido, sicuro.
C’è ordine qui. Ogni cosa è là dove la cerchi. Dove deve essere. Sospesa. Vetrificata nel tempo già trascorso.
E un sacco di volti conosciuti e amici.
Fuori qualcuno mi chiama. Sento che in molti mi cercano.
Ma non mi troveranno.
Io sto qui.
Al sicuro.
Oggi mi sento una merda, non nel senso di stronzo ma perchè il mio morale ne ha assunto la consistenza e la forma, spero non l'odore. E' un po' di tempo che mi sento così. Dicono che fa parte della vita. Ma anche la cioccolata ne fa parte, dico io. E' un po' di tempo che vorrei sentirmi cioccolata.

Come dentro un film
L’ansia si stava impadronendo di lui. Guardò l’orologio ancora una volta. L’ennesima in pochi minuti. Era passato un soffio di tempo appena dall’ultima. Sembrava un’eternità, come ogni istante trascorso senza di lei.
Era entrata nella sua vita all’improvviso, inattesa, come spesso accade quando tutto sembra crollarti addosso e nulla va per il verso giusto. Succede.
Era un periodo di merda. La ragazza lo aveva mollato per un altro, un amico. Ma non uno qualunque: uno dei suoi migliori amici. Uno di quelli che “ne capitano pochi nella vita, non più delle dita di una mano”. Francesco, Checco, il moccolo. Erano cresciuti insieme, da prima della scuola, tra via Vespucci e i giardinetti dell’Annunziata. E avevano continuato a frequentarsi anche dopo l’incontro con Valentina. Ma poi lei lo molla, “sai, non trovo più le sensazioni di prima con te”, “spero di non ferirti”, “spero che resteremo amici”. Sembrava una cosa normale, da piangere un po’, una sbronza con gli amici “per dimenticare” e nulla più. Bastò la parola di un amico e la seguì fino a che la vide cadere tra le braccia di lui. Vale e Checco. Checco e Vale. Lui stronzo e lei troia.
E poi suo padre. La malattia. “E’ la vita”, “tu devi continuare, fallo per lui, che non vorrebbe vederti così”, “forza ragazzo”. Vecchio bastardo, perché mi hai lasciato solo? Perché?
Per non parlare del lavoro. Quello stronzo del capo squadra sembrava avercela su con lui. Succedeva qualcosa, era colpa sua. “Marcello, deficiente, possibile che tutto quello che fai finisce in merda. Sarebbe molto meglio perderti che trovarti. Che errore ha fatto l’azienda a prenderti. Ah, se dipendesse da me.” “Bastardo, bastardo, bastardo. Prima o poi te la faccio pagare, te ne pentirai.” Per fortuna che c’era il vecchio Paolo. Avrebbe potuto farsi i cazzi suoi, se lo sarebbe potuto permettere, gli mancava poco alla pensione. Invece no, lui c’era sempre. Per un consiglio, una parola di conforto, anche solo una pacca sulla schiena.
Gli altri no. Tutti bastardi. Anche gli amici. Li vedeva come ridevano quando lui arrivava al bar. Vale e Checco. Tutto stava andando a culo.
Ma finalmente comparve lei, Carlotta. Lo capiva. Si capivano. Senza bisogno di scegliere le parole. La verità allo stato puro. Amarla fu questione di un attimo, fin dalla prima sera, o meglio, fin dalla prima notte. Lui aveva il turno alle otto quella mattina e lei avrebbe dovuto alzarsi alle sei per aprire il bar con sua sorella, suo padre e sua madre sarebbero arrivati più tardi, ma restarono ugualmente a parlare fino alle tre, nessuno dei due aveva il coraggio di interrompere la magia.
Lo sguardo andò nuovamente all’orologio: le ventuno e tredici.
“Quasi un quarto d’ora di ritardo” pensò Marcello. “Non è da lei, di solito è puntuale.” “Che non le sia successo nulla, qualche imprevisto, o, peggio, un incidente.” “Magari non può venire oppure ha cambiato idea. L’altra volta avrò detto qualcosa che non le è piaciuta. Non mi pare.”
“Le nove e sedici e lei non c’è ancora.” “Carlotta.”
“Ciao, Marcello. Scusa il ritardo ma ho fatto tardi al bar.”
“Carlotta. Ero in pensiero. Cominciavo a temere che tu potessi esserti scordata del nostro appuntamento. Che magari volessi scordartene.”
“Non ti permettere, Marcello. Non ti permettere mai più di mettere in dubbio i miei sentimenti. Se avrò qualcosa da dirti al proposito te lo dirò. Io le cose non le mando a dire. Io non scappo.”
“Scusami, Carlotta. Ma, sai, ti conosco appena e già ho una paura tremenda di perderti. Cosa mi hai fatto? Cosa mi fai?”
“Non lo so Marcello cosa ci stia succedendo. So soltanto che per me è qualcosa di completamente nuovo, sconosciuto. Grande, misterioso, incredibilmente bello.”
“Sì, ma anche spaventoso. Perché ti può travolgere. Perché ti ci puoi perdere.”
“Oh, Marcello. E’ la stessa cosa che succede a me. E’ bellissimo e tremendo nello stesso tempo. E’ così diverso dal solito, così grande e travolgente, che mi sento completamente indifesa. Inerme.”
“Sì. E’ come trovarsi nudi davanti a qualcosa di enorme; così incombente; così fuori del normale che ti fa sembrare piccolo e insignificante. E’ come dentro un film. E’ come esserne i protagonisti e non gli spettatori. Ti amo Carlotta.”
“Anch’io, Marcello. Tantissimo.”
L’emozione del momento, la quantità di energia non controllata sprigionata da quell’amore nascente abortirono per alcuni istanti ogni ulteriore tentativo di comunicare. La prepotenza con cui quei sentimenti affioravano davanti alle loro coscienze, la forza selvaggia e primordiale che stava possedendo i loro corpi, fin dalle viscere, rendeva vano ogni tentativo di trovare nel loro vocabolario termini che anche in minima parte sapessero tradurre quello che stavano provando. Le parole, come bollicine di anidride carbonica in un bicchiere d’acqua, appena nate erano preda di una forza che le trascinava via, inesorabilmente, fino a farle scoppiare sotto il peso della loro inadeguatezza.
Sapeva Marcello che qualcosa di unico e irrepetibile gli stava accadendo. Emozionati brividi di freddo scesero dalle radici dei capelli fino ai garretti, rendendoli deboli e insicuri. L’esuberante forza di quel corpo di diciassettenne fu spremuta e risucchiata e in un attimo insufflata nel pene e nei testicoli che presero a dolergli, tanta era la pressione che dovevano sopportare.
Due lacrime di gioia segnarono le guance di Carlotta mentre la stessa forza le inturgidiva i seni e i capezzoli si indurivano eccitati sotto la leggerezza quasi inconsistente della camicetta di seta, chiedendo di essere baciati, toccati. Carlotta istintivamente alzò la sua mano ad accarezzarli, a sfiorarli appena con la punta dell’indice mentre un fiotto di calore scese dal suo ventre e si impossessò delle sue cosce.
Un’esplosione umorale squassava intanto il ragazzo.
Passarono ancora alcuni istanti mentre quella forza tremenda, come un’ondata di piena, si affievoliva all’orizzonte delle loro coscienze, lasciando dietro di sé detriti e scorie di gioia, imbarazzo, esaltazione e vergogna.
Per lunghi istanti non scorsero parole tra loro. Qualcosa di fastidioso si insinuava in loro, un vago senso di vergogna o di colpa, che si stava sostituendo alla passione di poco prima.
Entrambi furono colti dal bisogno di riflettere, di stare soli. Con le loro passioni, i loro sentimenti. Sapevano che da quel momento qualcosa era cambiato. Era nato qualcosa di magico ma nello stesso tempo provavano un senso di angoscia, un lutto per qualcosa che stava morendo. O che era già morto.
“Scusami Marcello ma ho assolutamente bisogno di riflettere, di stare un poco da sola. Io ti amo. Ora anche di più e sono felice. Tantissimo. Ma non so come e perché in questo momento sono anche triste.”
“Forse è la stessa cosa che sta accadendo a me. Ti capisco. Anche io devo starmene un poco da solo. Ti amo.”
“A domani.”
“A domani.”
Disconnessione eseguita.
Chiudi sessione.
Oggi è venuto a trovarci un amico, un carissimo amico, uno di famiglia. Tempo fa, chiacchierando davanti al caminetto, lui raccontò alla mia compagna e a me un'aneddoto divertente della sua gioventù. Io l'ho trasformato in un racconto breve o, meglio, in 2 racconti, 2 storie diverse che, partendo dal medesimo punto del continuum spazio-temporale, si dipanano però per percorsi diversi che si inoltrano in universi molto lontani tra loro.
L’uovo fritto 1
La valigia era pronta vicino alla porta di casa, il giaccone e il cappello appoggiati sopra. Le scarpe già lucidate e il biglietto del traghetto in tasca.
Finalmente Stoccolma.
Finalmente il lavoro che aspettava da tempo, per cui aveva studiato tanto. Per cui aveva penato, sudato, litigato con il padre ed era fuggito da casa, dal caldo.
Una mano in tasca a sfiorare il biglietto verso un’altra vita, lontano dal freddo, dalla neve e dal buio di Umea. Al sud.
Accese la radio. Chopin.
Dalla strada gli arrivò lo stridio dei freni di un mezzo pesante e più in sottofondo, lontano, il tossicchiare sommesso del motore di una chiatta. Chissà cosa trasportava, chissà dove.
Guardò l’orologio.
Le 12.
Aveva tutto il tempo per fare pranzo.
“Devi lasciare il frigorifero vuoto”, si era raccomandato Johan Johanson, il suo padrone di casa.
Aprì il frigorifero e ne estrasse il contenuto: due carote, una patata, una cipolla, un uovo, un residuo di burro, una fetta di pancetta e un fondo di formaggio italiano, caciocavallo, un piccolo lusso per non dimenticare casa.
C’erano gli ingredienti necessari per festeggiare, per prepararsi un piatto semplice ma sfizioso. La fantasia latina l’avrebbe sorretto in questo, era come un gioco, era ricordarsi casa.
Come la fame durante la guerra. Come la mamma, mani sapienti, che sapeva presentare così bene quel niente che c’era in casa che la sola vista ti saziava. La mamma.
Pulì le carote accuratamente, le lavò e le tagliò a julienne finissima.
Sbucciò le patate e ne ricavò delle fette molto sottili, quasi delle sfoglie.
Fischiettava.
La vita era bella.
Pelò la cipolla, a ritmo di Chopin la affettò finemente ad anelli e la passò nella farina di polenta. Mise le verdure a friggere.
Poi la pancetta.
E infine, nell’ultima noce di burro, salutata militarmente portando il cucchiaio alla fronte mentre si liquefaceva al calore del metallo, sfrigolò allegramente l’uovo.
Dopo i due minuti canonici di cottura, sgocciolò l’uovo e, senza salarlo, lo adagiò delicatamente nel piatto.
Accanto vi sistemò la julienne di carote, gli anelli di cipolla, le sfoglie di patate e la pancetta.
Rifinì il piatto con una pioggia di scaglie di caciocavallo.
Si sedette al suo solito posto, vicino alla finestra. Mangiando gli piaceva guardare fuori, la strada, il canale, il via vai di mezzi e persone.
Lo faceva sentire meno solo. Gli faceva dimenticare quella piccola stanza, quel piccolo rifugio a nord di suo padre.
Guardando il primo pezzo d’uovo sulla forchetta gli venne in mente un famoso film di Alberto Sordi.
“Uovo, vigliacco, tu m’hai provocato e io me te magno”.
Sorrise.
Era buono quell’uovo.
E bene augurante. Origine del mondo, embrione e germe della vita deposto da Eurinome, la Grande Viaggiatrice, nella notte orfica.
Simbolo dunque di nascita.
O di nuova vita. Da domani.
Finì con soddisfazione di mangiare. Si alzò da tavola e riassettò, lavò, asciugò e riordinò le stoviglie al ritmo del Bolero di Ravel.
Una sirena di una nave arrivò da lontano.
Un brivido gli percorse la schiena. Conosceva bene quel suono dopo anni di abitudine.
Era il traghetto delle 14. Suonava sempre la sirena quando partiva.
Era il suo traghetto.
Guardò con ansia l’orologio appeso al muro: le 12.
Era fermo. Quel maledetto orologio era fermo.
Guardò l’orologio al polso: le 14 e 01.
L’uovo fritto 2
Il biglietto. Dove diavolo era quel maledetto biglietto?
Ah sì, nella giacca. L’aveva messo nella tasca interna della giacca. Appena comprato, il giorno prima.
Ma dove cazzo era la giacca? Allora, calma, doveva stare calmo. Ieri sera era andato alla biglietteria della RgLines, aveva comperato il biglietto e poi era tornato a casa. Aveva preparato la valigia, aveva cenato e poi era andato a letto.
Ma dove aveva messo la giacca?
Porca vacca. Cazzo, cazzo, cazzo!
Basta con la distrazione, basta. Da oggi vita nuova.
Trasse un profondo respiro e decise di farsi un caffè. Un bel caffè, con la moka, all’italiana.
E poi avrebbe ragionato.
Mise su il caffè e presto un caldo e accogliente profumo avvolse il piccolo ambiente.
Versò il caffè nella tazza, che tenne tra le mani per assaporarne anche il tepore.
Si avvicinò alla finestra e guardò fuori. Il canale verso il mare, verso la Finlandia.
Il via vai di imbarcazioni l’aveva spesso consolato nei lunghi momenti di solitudine e a volte distratto e coccolato quando la nostalgia di casa l’afferrava alla gola.
Umea addio, canticchiò sorridendo. Era stato un buon rifugio quando aveva deciso di lasciare casa, di allontanarsi dal padre. Ma il tempo smussa gli spigoli. Era arrivato il momento di ricominciare il percorso inverso, di cominciare a riavvicinarsi. Stoccolma, per il momento e poi chissà.
Stoccolma e il lavoro che sognava da tempo, per cui aveva penato, sudato e patito a volte la fame.
Addio Umea, addio buchi nel ghiaccio nella speranza di pescare la cena, addio boschi e vesciche lasciate sui manici delle scuri.
Addio Umea.
E grazie.
Una folgorazione. La giacca poteva essere nella valigia.
Appoggiò rapidamente la tazzina sporca sul davanzale e corse alla porta di ingresso dove la sera prima aveva appoggiato la valigia.
L’aprì facilmente, non era chiusa a chiave, non la chiudeva più da quando aveva smarrito le chiavi.
La giacca. Il biglietto nella tasca interna.
Sorrise di se stesso e ribadì per l’ennesima volta la promessa che non sarebbe più stato così disordinato.
Con un sospiro di sollievo guardò l’orologio appeso alla parete: le 12. Aveva tempo di mangiare qualcosa prima di andare al terminal dei traghetti.
Aprì il frigorifero. Un uovo, un po’ di burro e una fetta di pancetta.
Potevano bastare.
Gettò tutto in una padella e fece soffriggere per alcuni minuti.
Con una forchetta fece cadere tutto in un piatto e buttò la padella nel lavandino.
Prima di uscire avrebbe riassettato.
L’aveva promesso al padrone di casa, il signor Johanson, quel vecchio bilioso.
Appoggiò il piatto sul tavolo e accese la radio.
Musica, vecchia compagna.
Si sedette e assaggiò l’uovo. Non c’era sale. Se n’era dimenticato.
Prese il barattolo del sale, l’aprì, prese un pizzico di sale.
Una voce alla radio lo congelò: “Sono le ore 13 e 30.”
Un brivido di adrenalina.
Guardò l’orologio appeso al muro: le 12. Cazzo.
Guardo l’orologio al polso: le 13 e 21. Cazzo.
Fece ricadere il sale nel barattolo e si pulì frettolosamente le mani nei pantaloni.
Si mise la giacca. Sopra il giaccone pesante.
Prese la valigia e si catapultò giù dalle scale. Passando davanti alla porta del signor Johanson, al primo piano, appese le chiavi di casa alla maniglia.
Corse a perdifiato, come mai aveva fatto. Per fortuna era allenato.
Arrivò trafelato alla banchina e vide che già i marinai stavano lavorando per togliere gli ormeggi.
Urlò. Uno dei marinai lo sentì e gli fece un gesto con il braccio sinistro.
Sorrise.
Ringraziò il marinaio passandogli davanti.
Salì sul ponte di poppa e già la nave stava staccandosi dalla banchina. Voleva lasciare un suo sguardo sulla città che aveva amato e odiato. Voleva salutare i fantasmi dei giorni trascorsi in quel luogo.
Grazie, Umea.
Grazie, signor Johanson. Grazie di essere bilioso.
Un’immagine improvvisa gli riempì gli occhi.
Aveva lasciato la casa in disordine.
E l’uovo fritto sul tavolo. Addentato.
Un profondo dispiacere lo colse. Chissà cosa avrebbe pensato di lui il signor Johanson.
Voleva lasciare tutto in ordine. Un buon ricordo.
Maledetta distrazione.
L'imbarcazione
Una Imbarcazione a vela di qualsiasi tipo e misura é composta da tre parti fondamentali:
a) lo scafo, che genera il sostentamento e la galleggiabilità per l'equipaggio e le cose trasportate.
b) la velatura, che genera la propulsione.
c) Il timone, mezzo di governo indispensabile per condurre l'imbarcazione e fondamentale per il funzionamento sinergico dell'insieme barca, vento, acqua.
Quando il profano parla di barche, si riferisce generalmente a scafi, infatti nella cultura media uno scafo senza remi, senza motore o senza vele é, per i più , sempre e comunque una barca.
Nel mondo della nautica, in senso consumistico il concetto é lo stesso, ma nel gergo marinaresco una barca prende il nome dalle molteplici combinazioni che si possono ottenere con tipologie diverse di scafi e organi propulsori :
motoscafi, pilotine, entrobordo, fuoribordo, ecc... se la propulsione é a motore,
sloop, cutter, yawl, golette, derive, ecc... se la propulsione é a vela,
motorsailer o motovelieri se la propulsione é mista.
Vediamo come é costituito lo scafo di una barca.
La linea di galleggiamento è la linea che il pelo libero dell'acqua disegna sullo scafo che galleggia e che divide lo scafo in due parti:
- l'opera viva: ( carena), sotto il pelo dell'acqua;
- l'opera morta: (bordo libero), sopra il pelo dell'acqua.
L'opera viva é tale perché, col proprio volume, genera attivamente e continuamente, spinte verso l'alto in proporzione all'acqua che sposta galleggiando e navigando.
L'opera morta invece non contribuisce costantemente e attivamente all'equilibrio dell'imbarcazione.
Le caratteristiche di una barca veloce sono date dalla forma dell'opera viva , ancora prima che dalle vele o dal motore.
Diversi nomi accompagnano le varie parti dello scafo anche da davanti a dietro:
- Prua: la parte anteriore;
- Mezza nave: la parte centrale;
- Poppa: la parte posteriore.
Da destra a sinistra:
- Murata di dritta: fianco destro. (Si dice murata, perché sui bordi della nave, i grandi velieri a vele quadre, fissavano una particolare cima detta mura, che doveva esporre al vento la vela, e da qui prendere il vento a destra o a sinistra, ancora oggi si dice: ".... avere mura a dritta o a sinistra...";
- Murata di sinistra: fianco sinistro.
Le sezioni importanti sono:
- Sezione di simmetria: individuata dal piano perpendicolare a quello dell'acqua, orientato longitudinalmente e passante per il centro dello scafo;
- Sezione maestra: individuata dal piano perpendicolare al piano di simmetria e a quello dell'acqua, attraversa la barca nel punto di massima larghezza.
E da sotto a sopra:
- Chiglia;
- Mascone: si definisce così la porzione dei lati in prossimità della prua, destra e sinistra (possiamo definirli le guance dello scafo);
- Giardinetto: si definisce così la porzione dei lati in prossimità della poppa, destra e sinistra, sopracoperta, prende questo nome per il fatto che sulle grandi navi del passato in questo punto, riparato dal mare durante la navigazione venivano curati vasi di piante e fiori;
- Ruote: di prua e di poppa;
- Dritti, di prua e di poppa;
- Coperta: il "pavimento" della barca;
- Pozzetto: zona protetta, aperta , sotto il piano di coperta, delle piccole e medie imbarcazioni ove l'equipaggio manovra;
- Tuga: rialzo della coperta a guscio di tartaruga, aumenta l'altezza dello spazio sottocoperta.
Le parole che fondamentalmente definiscono le misure di una barca sono:
- Lunghezza fuori tutto: é la massima lunghezza misurabile fra due piani paralleli fra loro e perpendicolari all'acqua, che tocchino a prua e a poppa i primi maggiori estremi;
- Lunghezza al galleggiamento: é la lunghezza della linea sottesa fra i due punti più estremi di prua e poppa coincidenti col pelo libero dell'acqua, cioè con la linea di galleggiamento;
- Dislocamento: é il peso di liquido spostato dalla carena, pari al peso esatto della imbarcazione;
- Stazza: é il volume del possibile carico ed é espresso in peso in quanto ci si riferisce al peso di un particolare legname che per il suo peso specifico occupava il volume di 2,88 metricubi per tonnellata.
Qui abbiamo l'occasione di far notare che tutto ciò che si riferisce al glossario nautico, deriva dalla vecchia marineria a partire dal XVI° secolo. Infatti la stazza deriva dalla capacità di trasporto di legname delle prime imbarcazioni mercantili.
Gli scafi possono essere costruiti con diverse tecnologie: legno, acciaio, alluminio, fibre di vetro e resine, compositi sotto vuoto ecc..
I particolari costruttivi dello scafo possono cambiare nome a seconda della tecnica usata nella costruzione, per cui noi faremo riferimento a quelli comuni e importanti:
- Chiglia: é la spina dorsale della barca da cui partono le costole, dette ordinate;
- Ordinate: sono le costole su cui viene fissato il fasciame di legno che forma lo scafo della barca. Nel caso di imbarcazioni di materiale diverso sono semplicemente di rinforzo alla struttura;
- Puntale: é il puntello alla coperta che poggia sulla chiglia, ormai usato solo come termine riferito alla sua misura, importante riferimento nei calcoli della stazza;
- Baglio: é l'arco che sostiene la coperta, ad esso fa riferimento una misura di larghezza della barca in un punto qualsiasi della sua lunghezza. Il punto di baglio massimo é il punto sulla lunghezza della barca in cui la larghezza dello scafo é massima;
- Mastra: é il foro di coperta attraverso il quale passa l'albero della barca;
- Scassa: é il punto di appoggio dell'albero alla chiglia;
- Pagliolo: é il piano di calpestio sottocoperta;
- Sentina: é lo spazio che si trova fra i paglioli, che formano il pagliolato, e la chiglia, dove ogni marinaio conserva la scorta di acqua o di vino fresco.
Non esistono buchi o fori in uno scafo, ma solo:
- Ombrinali: scarichi acqua dalla coperta al mare;
- Boccaporti: passaggi per l'equipaggio da sopra a sottocoperta;
- Osteriggi: aerazioni e illuminazioni per i vani sottocoperta;
- Prese a mare e passascafo: tutti quei fori sulla opera viva che caricano o scaricano le acque di utilizzo a bordo;
- Cubia: che vuol dire occhio, infatti nel passato era l'occhio della barca che vegliava sulla navigazione, oggi é l'uscita della cima o della catena per l'ancora o l'ormeggio.
A lungo ho guardato la pagina vuota del form per editare i post, chiedendomi cosa dire nel mio primo post del mio primo blog. Stavo già temendo una crisi della sindrome della pagina bianca (chi scrive sa di cosa parlo) quando ho pensato che forse il modo migliore per iniziare questa avventura fosse quello di pubblicare il mio raccoto il cui sottotitolo è diventato il titolo del blog: "Il rossetto - Naturalezza e artificio". Buona lettura.
Il rossetto
Naturalezza e artificio
La motonave Liberty stava per iniziare le manovre per l’attracco.
Il porto di Assuan.
Da poco erano passati tra le isole Elefantina e Plantation. A sinistra già si vedevano le tombe rupestri.
La nave, superato il grande ponte, si lasciò sulla destra l’isola di Phile ed ecco Agilika con il tempio di Iside.
Il tepore di quella giornata di marzo invogliava a camminare.
Amalia accolse volentieri l’invito trasmesso alla sua pelle dai raggi del sole e da quella leggera brezza da sud che le scompigliava i lunghi capelli ondulati il cui colore infiammava la tunica di lino bianco.
Scese nella sua cabina, indossò i sandali, mise a tracolla la capace borsa, afferrò la macchina fotografica e si avviò alla passerella.
Con un rapido movimento sì coprì la testa con la pashmina rossa che teneva sulle spalle, scese dalla nave e si avviò verso la città.
Una vorticosa fiumana di persone e colori la trascinò attraverso i vicoli della kashba fino al grande suk.
Amalia si guardò intorno estasiata.
Chiuse gli occhi ed aspirò voluttuosamente aria dal naso a riempire i polmoni e la mente di quei profumi, di quel vociare confuso, di quel senso di antico e immoto.
Sembrava che il tempo si fosse fermato.
Odore intenso di spezie.
Chiodi di garofano, soprattutto, ma anche pepe, cinnamomo, zenzero, cannella e noci moscate.
Tessuti colorati e prodotti nubiani.
Fu colta da un vortice di emozioni e sensazioni inebrianti in cui, per un istante infinitamente lungo, cadde.
Fino a perdere il respiro.
Carovane dall’Africa centrale.
Fuggì.
E si ritrovò, sola, a camminare su un sentiero che costeggiava il grande fiume.
Camminò a lungo in quella sensazione di pace improvvisa e consolatrice.
Stava già pensando di ritornare alla nave quando i suoi occhi colsero un leggero movimento sulla riva.
A poca distanza da lei, all’ombra di una macchia di tamerici, una donna, il capo coperto da un velo di cotone azzurro, era inginocchiata su una sporgenza rocciosa che si perdeva nell’acqua del fiume.
Alla sua destra una cesta piena di panni.
Alla sua sinistra altri panni.
Bagnati.
Quelli che già aveva lavato.
Una tunica bianca lasciava scoperti soltanto i piedi nudi, piccoli e ben fatti.
A poca distanza, un paio di sandali accuratamente riposti.
Amalia si avvicinò.
Si sedette su una pietra.
Si tolse i sandali, che appoggiò su terreno alle sue spalle.
L’acqua era piacevolmente fresca.
Prese dalla borsa un pacchetto di sigarette.
Ne accese una, aspirando profondamente. Con piacere.
Attraverso una leggera cortina di fumo azzurrina vide che la donna fregava con energia un telo, probabilmente di lino, sulla superficie lucida della pietra.
Chissà quanti panni l’avevano trasformata. Chissà quante ginocchia vi si erano intorpidite.
La donna sollevò il telo a controllare l’efficacia del suo lavoro e, evidentemente soddisfatta, lo posò sul mucchio alla sua sinistra.
Trasse un profondo respiro ristoratore, piegò lievemente il capo e portò il dorso dell’avambraccio destro a detergersi la fronte.
Gesto universale e antico.
Un attimo.
Poi prese un altro indumento dalla cesta e ricominciò il suo lavoro.
Daccapo.
Come prima.
Come sempre.
Ora Amalia riusciva a coglierne il profilo, reso ancora più bello dalla naturalezza dei gesti.
Una ragazza. Quindici o sedici anni. Non di più.
I pochi raggi del sole che riuscivano a perforare le fronde davano bagliori irregolari sui suoi capelli castani, quei pochi che riuscivano a ribellarsi al rigore del velo, e sulla giovane pelle olivastra del suo viso, in cui emergevano due splendidi occhi grigi.
Grandi come il mare.
Profondi come l’anima che riflettevano.
Luminosi come i sogni che l’accompagnavano.
Quante volte quel luogo aveva visto ripetersi quei gesti.
Quanti sguardi l’acqua del fiume aveva accolto offrendo impalpabili scenografie a sogni nascosti.
Quanti segreti desideri, confidati, gridati o pianti, erano stati liberati al vento.
Molti si erano dispersi chissà dove ma molti ancora erano rimasti lì, sulla riva del grande fiume.
Se ne percepiva la presenza, chiara.
Forse prigionieri, impigliati ai rami delle tamerici o alle canne di papiro, o forse semplicemente non sapevano dove volare.
Amalia sentì fortissimo il desiderio di fermare quell’immagine.
Di scolpirla nel granito di un universo senza tempo.
Di catturarla, imprigionarla, portarla via.
Per sempre.
Piccolo ritaglio rubato di una vita sconosciuta.
Naturale, inconsapevole bellezza di gesti, posture, espressioni provenienti da altre dimensioni.
Da universi lontani.
Amalia prese la macchina fotografica dalla borsa.
Impostò l’apertura del diaframma, il tempo di esposizione e lo zoom.
Tornò ad alzare gli occhi e incontrò quelli, bellissimi, della ragazza.
Lo sguardo serio.
Un leggero cenno furtivo con il capo la convinse a guardare più a valle, oltre le sue spalle.
All’ombra di tre palme che crescevano vicine, sulla riva del fiume a circa trenta metri dalla ragazza, due uomini, quasi invisibili nelle loro galabayye di cotone nero.
Probabilmente parenti della ragazza.
Guardiani.
Nuovamente gli sguardi si incrociarono.
La ragazza si passò un dito sulle labbra, disegnandone il contorno. Furtivamente.
Amalia comprese.
Appese al collo la macchina fotografica, prese i sandali e si alzò.
Camminando per tornare sul sentiero, la sua mano destra affondò nella borsa e ne trasse il rossetto che, passando vicino alla ragazza, lasciò cadere per terra.
Con gesto rapido la ragazza lo raccolse e lo fece sparire tra le pieghe del suo vestito.
Arrivata sul sentiero, Amalia si appoggiò al tronco di un albero per mettersi i sandali.
Si voltò per guardare la ragazza un’ultima volta.
La ragazza le sorrise.
Con un altro rapido gesto della mano destra le fece capire che poteva fotografarla, ora.
Era in posa.
Sorridente. Selvaggia. Splendida.
Non più vera.
Le dita della mano destra perdute nella tunica.
Probabilmente sfioravano il piccolo tubetto.
Il suo tesoro.
Amalia le sorrise.
E si incamminò verso la città.